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Lo sbiancamento dentale è una pratica tutt'altro che recente, essendo già praticata al tempo degli antichi egizi, dei fenici e dei romani. Vi sono numerosi rimedi tramandati dalla cultura contadina che prevedevano lo strofinamento dei denti con foglie di salvia, spicchi di limone o bicarbonato di sodio.
Fu nel 1884 che venne suggerito da Harlan l'uso del perossido di idrogeno come agente sbiancante. È nel 1989 che uscirono sul mercato i primi prodotti sbiancanti per denti vitali a base di perossido di carbammide, consistenti in una soluzione gelatinosa da utilizzare con mascherine individuali.
Le discromie possono essere estrinseche (dovute ad agenti esterni al dente: batteri cromogeni, cibi e bevande colorate, fumo, scarsa igiene orale) o intrinseche (pre o post eruttive). Fare una diagnosi precisa è il primo passo per stabilire la prevedibilità dei trattamenti nel tempo.
Vi sono diverse tipologie di sbiancamento: domiciliare con mascherine personalizzate, professionale con applicazioni dirette in due o tre sedute, e prodotti da banco (dentifrici, strisce, collutori). Il meccanismo con cui avviene lo sbiancamento è frutto di una reazione di ossido-riduzione resa possibile grazie alla marcata permeabilità di smalto e dentina.
Sono idonei a ricevere un trattamento sbiancante tutti coloro che si ritengono non soddisfatti del colore dei propri denti. Va ricordato che la sicurezza dei prodotti è ampiamente riconosciuta, ma che è bene sottoporsi ad un trattamento sbiancante con la supervisione di un clinico.
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